L’Università di Pavia ha sviluppato nell'ultimo decennio una sempre maggiore attenzione alla formazione accademica avanzata e alla ricerca scientifica in area tecnico-scientifica e biomedica, con contenuti specifici attinenti al settore agrario: dalla patologia vegetale all'economia agraria, dalla conservazione e valorizzazione della biodiversità all'high-tech, dalla chimica verde alla valutazione clinica della nutrizione.

Il contesto in cui l'Università di Pavia opera, sia locale sia regionale lombardo, consente all'Ateneo di essere immerso in una straordinaria vivacità imprenditoriale proprio nel settore agricolo, talvolta trainante sul piano economico: riso, vino, mais, latte, soia e l'emergente orticoltura.

In questo scenario, e a partire da queste basi, il Corso di Laurea Magistrale in “Agri-food sustainability” risponde alla sfida del mondo contemporaneo relativa alla necessaria trasformazione del sistema alimentare mondiale che attualmente non è in grado di soddisfare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

In particolare, tra i goal dell’Agenda ONU 2030: Sconfiggere la fame (2); salute e benessere (3); acqua pulita e servizi igienico-sanitari (6); consumo e produzioni responsabili (12); lotta contro il cambiamento climatico (13); vita sulla Terra (15); partenariato per gli obiettivi (17).

Secondo la commissione EAT della rivista scientifica Lancet, il cibo è la principale leva in grado di migliorare la salute dell’uomo e la sostenibilità ambientale delle attività umane sulla Terra, come pure l’impatto ambientale del sistema alimentare si ripercuote su tutta la filiera, dalla produzione fino alla trasformazione, alla vendita al dettaglio, al consumo, con risvolti importanti sulla salute umana, coinvolgendo anche la società, la cultura, l’economia e, in generale, il benessere globale del pianeta (fonte).

Il mondo della produzione primaria o agricola ha subito negli ultimi 2-3 decenni un’evoluzione sempre più rapida rivolta all’utilizzo integrato di tecniche e pratiche agronomiche con tecnologie, anche digitali, che hanno portato notevoli successi sul piano quantitativo, ma non sempre su quello qualitativo, con conseguenti costi per l’ambiente e la salute umana, non sempre trascurabili. Questo scenario non è un fenomeno nuovo, che perdura fin dall’introduzione a partire dal secondo dopoguerra della cosiddetta “rivoluzione verde”, ovvero un pesante impiego di input esterni di tipo chimico.

Attualmente, alla luce dei cambiamenti climatici, questo sistema è in crisi e necessita, per mantenere comunque alte le produzioni sul piano quantitativo, qualitativo e ambientale, di nuove tecniche e pratiche più sostenibili e più attente alla salute dei prodotti, di cui ci nutriamo direttamente o indirettamente.

Questa trasformazione necessita di nuove figure di agronomo pronto a reagire ai mutamenti continui, alle nuove tendenze “green” dei consumatori e delle autorità, tra cui la stessa EU. La sostenibilità è infatti declinata a vari livelli e pervade anche il mondo della produzione agricola, peraltro vista come una delle fonti di inquinamento e di gas serra (CO2 e metano), e quindi causa dei cambiamenti climatici stessi.

Secondo l'Istat il valore dell’agricoltura in Italia nel 2019 è stato pari a 31,6 miliardi di euro. Nello stesso anno l’agricoltura italiana si è collocata al primo posto in Europa, superando Francia (31,3 miliardi), Spagna (26,6 miliardi) e Germania (21,1 miliardi). Quanto generato nel nostro Paese è quasi un quinto del valore aggiunto dell’intero sistema agricolo dell'intera UE: su un totale stimato pari a 188,7 miliardi di euro nel 2019, l’Italia ha contribuito per il 16,8%, la Francia per il 16,6%, la Spagna per il 14,1% e la Germania per l’11,2%.

Inoltre, secondo i dati elaborati dal Sistema di Informazione Nazionale sull'Agricoltura Biologica per il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, al 31 dicembre 2018, la superficie coltivata in Italia ad agricoltura biologica era di quasi 2 milioni di ettari, con un incremento, rispetto al 2017, di circa il 3%, equivalente a 49 mila ettari in più in soli 12 mesi.

Questa crescita va spiegata non solo in termini di superficie ma anche di soggetti coinvolti nel settore, che hanno raggiunto le 79.000 unità, con un incremento rispetto all'anno precedente di oltre il 4%. Le aziende agricole biologiche in Italia rappresentano il 6,1% delle aziende agricole totali. Questa tendenza è in lento ma continuo aumento, un trend che non si è arrestato neppure a seguito della recente crisi economica legata alla pandemia da Covid-19. Ed è importante sottolineare come proprio in questo periodo, l’attenzione dei consumatori nei confronti di filiere più attente all’uso dei presidi fitosanitari sia cresciuta notevolmente.